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LA VEGETAZIONE DI MONTE NUOVO

L’eruzione, che determinò in pochi giorni a partire dal 29 settembre 1538, la formazione di Monte Nuovo, portò non solo alla distruzione del villaggio di Tripergole e in parte, di Pozzuoli, ma anche alla scomparsa del mantello vegetale in una zona compresa fra il lago di Lucrino e la parte occidentale dei Campi Flegrei.

Con la fine di tale evento vulcanico, iniziò la colonizzazione da parte dei primi organismi vegetali pionieri provenienti dalle aree circostanti. In oltre 450 anni, le diverse specie vegetali hanno preso possesso dell’area nuda, rivestendola di una vegetazione più o meno densa, senza raggiungere però lo stadio di maturazione tipico di zone geologicamente più antiche e “tranquille”.

L’attuale vegetazione di Monte Nuovo è il risultato di una serie di fattori geologici, ambientali ed antropici che hanno nel tempo profondamente modificato l’originario paesaggio vegetale.

Il territorio flegreo, in cui è compreso Monte Nuovo, presenta un clima di tipo mediterraneo, con estati calde e secche ed inverni piovosi; data la peculiare morfologia della zona, caratterizzata da numerosi crateri, vi regna un elevato tasso d’umidità relativa, che attenua parzialmente la siccità estiva e permette escursioni termiche contenute.

Osservando il paesaggio vegetale lungo le pendici del cratere, oppure percorrendo le tappe della sua evoluzione attraverso le fonti bibliografiche, si notano le modificazioni che la vegetazione di Monte Nuovo ha subito nel corso del tempo; ad una formazione steppica, tipica d’ambienti aridi, la Disa, caratterizzata da graminacee quali l’Ipparrenia o Barboncino (Hiparrenia hirta) e la Tagliamani (Ampelodesmos mauritanicus), visibile sul versante meridionale più caldo e assolato, segue la Gariga, costituita da arbusti bassi, talora spinosi e aromatici, come l’Elicriso (Helicrisum litoreum) e le Ginestre (Spartium junceum e Calicotome spinosa), collocata nelle zone più aride e degradate.

Mirto

Alla gariga subentra prima una Macchia bassa, distribuita sui versanti occidentale e meridionale, con specie sempreverdi, a foglie dure e lucenti, fra cui il Mirto, il Lentisco , la Fillirea, l’Erica, mentre sul versante settentrionale più umido e fresco, è presente una Macchia alta, costituita in prevalenza da Leccio e Corbezzoli (Arbutus unedo).

La parte interna del cratere esposta a nord, è infine occupata da una densa Lecceta con esemplari di Leccio (Quercus ilex), Roverella (Quercus pubescens), Orniello (Fraxinus ornus), con un fitto sottobosco d’Edera (Hedera elix). Tale tipo di vegetazione cessa di colpo nel fondo del cratere, colonizzato da specie più igrofile (tipiche d’ambienti umidi) e nitrofile (piante che vivono in presenza d’accumulo di sostanza organica), la Canna (Arundo Donax) ed la felce aquilina ( Pteridium Aquilinum).

Lentisco

Corbezzolo

All’interno delle fumarole la presenza di notevoli quantità di vapore acqueo e temperature intorno ai 70 °C permette lo sviluppo di specie tipiche di “zone umide” come alcuni tipi di muschi e felci e di un Cipero (Schirpus Holeschoenus).

L’uomo ha tentato di utilizzare, in parte, quelle superficie delle falde del cono seppellite dall’eruzione e, con un lavoro assiduo,

vi ha impiantato la selva di castagno sui pendii settentrionali ed, in seguito, vi ha coltivato dei vigneti con opere di terrazzamento ancora visibili.

Lo sfruttamento delle piantagioni si è intensificato col tempo, quindi, la vegetazione originaria è stata prima inquinata dalle piante “antropocore“ (specie amanti della vicinanza umana), per poi essere sostituita dall’uomo con una pineta, costituita in prevalenza da Pini domestici (Pinus pinea), messa a dimora intorno al 1930 e localizzata prevalentemente sul versante meridionale.

In questi ultimi decenni gli incendi, alcune malattie parassitarie e l’inquinamento antropico hanno compromesso lo stato di salute della pineta, il cui deperimento ha favorito nuovamente lo sviluppo dell’originaria macchia mediterranea.