Fai parte della  nostra mailing list
[FrontPage Save Results Component]   
 
 
 

La Pagina della Cultura





Il Sarcofago di Prometeo


CUMA : CENNI STORICI ED ARCHEOLOGICI.

Il territorio dove sorse la colonia greca di Cuma, fu abitato fin dall’età preistorica e protostorica. Non sono state finora rinvenute tracce paleolitiche o mesolitiche, mentre nella chora cumana sono documentati il neolitico a Monte di Procida, ( ca. 3500-3000 a.C.), la civiltà del Gaudo ( 2500-1800 a.C.) nella piana di Licola, tutto l’arco cronologico dell’età del Bronzo ( 2000-900 a.C. ) sul Monte Gauro e Montagna Spaccata ( nonché qualche frammento ceramico del Bronzo medio presso l’Arco Felice ), e tombe dell’età del Ferro ( 900-725 ca. a.C. ) nella necropoli cumana.
Il periodo immediatamente anteriore alla deduzione della colonia euboica di Cuma, è situato nell’età del ferro e caratterizzato da Tombe a fossa ( Fossakultur ) ( IX-VIII sec. a.C. ) e Preellenico I ( IX sec. a.C. ) e Preellenico II ( prima metà dell’VIII sec. ).
Va segnalato che a Cuma non sono state finora scientificamente documentate tracce della frequentazione micenea, che invece sono documentate ad Ischia e numerose a Vivara ( XVI-XIV sec. a.C. ).
Fra tutte le colonie elleniche della Magna Grecia, Cuma, posta sul litorale campano di fronte all’isola di Ischia, fu non soltanto la più lontana dalla madrepatria, ma certamente una delle più antiche. Già gli storici greci e i latini credettero nella vetustà di Cuma e la data più alta proposta per la fondazione è quella del 1050 a.C., secondo la cronologia di Eusebio.
La critica storica respinge tale data che, tuttavia, ha una sua giustificazione.
In linea di massima si propone, per la sua fondazione, una data intorno al 740 a.C., anche se la più antica documentazione archeologica non è anteriore al 725-720 a.C.. La fondazione di Cuma fu preceduta da quella di Ischia ( detta Pithekoùssa o Pithekoùssai, interpretata come l’isola delle scimmie ) ad opera dei Greci dell’Eubea intorno al 770 a.C. Ischia fu un notevole centro artigianale e commerciale, una testa di ponte verso l’Etruria ed il Lazio ed inoltre era ricchissima di giacimenti di argilla per la fabbricazione dei vasi.
Secondo la leggenda, sarebbero stati fondatori di Cuma gli Eubei di Calcide e di Cuma euboica sotto la guida di Ippocle e Megastene che si orientarono, per la scelta del sito, sul volo di una colomba o,secondo altri, su un fragore di cembali.
I fondatori di Cuma trovarono un terreno particolarmente fertile ai margini della pianura campana.Pur continuando le loro tradizioni marinare e commerciali,i coloni di Cuma rafforzarono il loro potere politico ed economico proprio sullo sfruttamento della terra ed estesero il loro territorio contro le mire dei popoli confinanti.
Infatti, che essi abbiano con ogni mezzo tentato di difendere la loro terra dagli Etruschi di Capua, dagli Aurunci, dalle popolazioni interne della Campania, lo prova la fondazione di Neapolis ( l’attuale Napoli ) da parte dei loro cittadini mentre nel 530 a. C., c’era stato il gradito accoglimento di un gruppo di profughi di Samo che, nel territorio cumano, fondarono l’esigua polis di Dicearchia ( l’attuale Pozzuoli ).
In questo modo Cuma poté stabilire il suo predominio su quasi tutto il litorale campano fino alla punta della Campanella, raggiungendo il massimo della sua potenza.
La riscossa dei popoli confinanti, però non si lascio attendere a lungo ; questi sotto la guida degli Etruschi di Capua che vedevano ostacolato da Cuma il loro piano di espansione territoriale e commerciale, si unirono in una lega. Lo scontro, però, che si svolse in un luogo accidentato ed impervio, si risolse favorevolmente per i Cumani, grazie all’abilità strategica del tiranno Aristodemo detto Màlaco.
A questa battaglia, che fu combattuta nel 524 a.C., seguirono altre due guerre vittoriose per i Cumani ; una volta accanto ai Latini ad Aricia contro gli Etruschi ed infine, nel 474, al fianco dei Siracusani che avevano inviato la loro flotta sempre contro gli Etruschi che furono così definitivamente espulsi dalla Campania. Le gloriose vittorie di Cuma ne avevano accresciuto il prestigio, tanto che col nome di campagna di Cuma, a quanto riferisce Diodoro Siculo, si indicò a lungo tutta la regione dei Campi Flegrei.
Ma la fortuna di Cuma non doveva resistere a lungo perché, dopo un cinquantennio circa, doveva soccombere all’avanzata dei Campani che la conquistarono intorno al 421 a.C. Non è facile dire quale fu la sorte della gloriosa colonia greca durante questa dominazione perché ben poco hanno tramandato gli storici antichi ; è probabile che abbia conservato culti e costumi greci e pare che abbia battuto, secondo quanto opinarono alcuni studiosi, alcune serie di monete con la leggenda << alliba>>.
Nella conquista romana della Campania a Cuma fu data ( nel 334 a.C.) la civitas sine suffragio e quando, oltre un secolo dopo, Annibale tentò in ogni modo di conquistarla insieme a Pozzuoli, essa gli si oppose risolutamente infliggendo, presso Hamae ( che alcuni identificano nei paraggi dell’attuale Torre S. Chiara, mentre altri studiosi la pongono più al nord, verso il Volturno ), una dura sconfitta alle truppe di Capua che avevano fatto causa comune col cartaginese ( 251 a.C. ).
Da allora Cuma si servì della lingua latina nei suoi atti ufficiali e fu fedele alleata di Roma di cui diventò municipium.
Tuttavia il suo ruolo si avviava al tramonto : posta com’era su una collina in zona di difficili comunicazioni, circondata dall’impenetrabile Silvia Gallinaria e da paludi, Cuma restò, nel grandissimo sviluppo economico della Campania, una città di secondo piano, mentre assumeva sempre maggiore importanza Puteoli che, per oltre tre secoli, sarà il più importante porto commerciale di Roma.
Durante le guerre civili, Cuma fu una delle più valide piazzeforti che Ottaviano oppose a Sesto Pompeo ma, dopo la vittoria di Ottaviano, essa diventò posto di riposo e di quiete, un rifugio dalla vita tempestosa ed agitata di Puteoli, città tanto tranquilla che Giovenale, nella III satira, non può fare a meno di invidiare un suo amico che può godere il silenzio e la pace di Cuma, mentre egli non può mai dormire a Roma, per il fragore della turbolenta metropoli.
La missione di civiltà di Cuma non doveva finire tanto presto ; divenuta assai per tempo uno dei fiorenti centri del Cristianesimo campano, sarebbe stato a lungo un baluardo di civiltà ; caduta inesorabilmente la fortuna di Pozzuoli a causa delle incursioni barbariche e dell’interessamento del porto, Cuma, posta su una collina inaccessibile e fortificata, poté resistere ancora a lungo. Durante la guerra tra Goti e Bizantini, Cuma fu a lungo teatro delle alterne vicende della lotta, ma, caduta sotto il potere dei Bizantini, fu nel 558 d.C. fortificata dal prefetto della flotta Flavio Nonio Erasto, finché non cadde sotto la dominazione longobarda e governata dai duchi di Napoli. Le scorrerie dei Saraceni dettero il colpo di grazia a Cuma ; insediati sull’acropoli dove potevano trovare un rifugio sicuro nelle gallerie del monte, i pirati seminarono a lungo il terrore nel golfo di Napoli, finché i napoletani, nel 1207, al comando di Goffredo di Montefuscolo, non decisero di porre fine alle razzie e alle incursioni, stanando i Saraceni nei loro rifugi e liberando il golfo da quella piaga. Da quel momento Cuma fu pressoché disabitata : l’interramento delle acque del Clanis e del Volturno fece si che la città ed il suo territorio, soprattutto nella parte bassa, diventassero un immenso pantano ; per secoli vi fu, lungo tutto il litorale di Licola, una palude malarica e soltanto ai principi del novecento se ne incominciarono la bonifica e lo scavo archeologico.
Per tutte le importantissime testimonianzeche la gloriosa città ha fornito, lo scavo totale di Cuma sarebbe dovuto essere un dovere per la civiltà e l’archeologia italiana in omaggio alla colonia che diffuse in Italia la cultura greca con il suo più prestigioso mediatore : l’alfabeto greco Calcidese che, assimilato e fatto proprio dagli Etruschi e dai Latini, doveva diventare l’alfabeto della lingua e della letteratura di Roma e poi di tutta la cultura occidentale. Intimamente legato a Cuma è il mito della Sibilla. Già dal terzo libro dell'Eneide sappiamo che l'eroe Troiano, se vorrà finalmente trovare la terra destinata al suo popolo dagli dei, dovrà recarsi ad interrogare l'oracolo di Cuma;questo gli consiglia Eleno, prima che lasci l'Epiro: <<...così...potrai finalmente, salpato in sicilia, toccare i confini dell'italia. e là pervenuto, presso l'arce di cuma, al lago divino, all'averno che suona del sacro respiro delle foreste, andrai a visitare la delirante profetessa che dentro una rupe profonda, canta i fati, e voce e parole affida alle foglie. e quando su foglie la vergine ha scritto i destini, li aduna per ordine, poi li abbandona nell'antro opaco: e restano immote parole in disparte. ma se lieve all'aprirsi dell'uscio un soffio di vento penetra, e turba le tenere fronde, essa non cura di ricomporle, e lascia nell'ombra dell'antro volare il vaticino. allora del vano, sconvolto responso la gente si parte delusa, coll'odio nel cuore per la sibilla...>> (Eneide, III, 440-452; trad. Centragolo) Eleno spiega ad Enea, come avviene il vaticino: la Sibilla scrive il responso su foglie che, affidate al vento, si perdono in mille direzioni e non possono essere ricomposte da chi ha chiesto l'oracolo. Ma diverso sarà il modo in cui la profetessa risponderà ad Enea; pregata dall'Eroe, ella gli parlerà direttamente con chiare parole, ma furibonda ed invasata da Apollo. Enea così apprende la sua sorte futura, quanti nemici dovrà combattere nel Lazio; ma, prima di partire da Cuma, ottiene, in compagnia della Sibilla, di scendere nel regno dei morti per rivedere l'immagine cara del padre Anchise. La profetessa gli annuncia che gli sarà concesso se dare sepoltura a Miseno morto e se troverà nella selva impenetrabile dell'Averno il ramo d'oro da offrire a Proserpina; superate queste prove, Enea potrà discendere nell'Ade dove gli sarà concesso di vedere le anime degli Eroi che faranno la grandezza di Roma.
Lo scavo archeologico di Cuma è storia relativamente recente : da poco più di un secolo, infatti, s’è cominciata l’esplorazione del territorio cumano, ma, fino ad oggi, pur essendo venuti alla luce dei monumenti insigni, manca una visione approfondita e completa di tutta la città ; ma con l’indiscriminata urbanizzazione abusiva, nella piana antistante l’acropoli, è stata preclusa per sempre l’esplorazione totale del sito. Attraverso i reperti della necropoli di Cuma è possibile seguire dal punto di vista archeologico quello che hanno già tramandato le fonti letterarie : l’alta antichità di Cuma è dimostrata dal fatto che la necropoli greca arcaica si è sviluppata su un cimitero indigeno più antico.
In parecchie tombe di questo cimitero sono stati rinvenuti oggetti che attestano che , prima della fondazione della colonia greca, ci furono dei rapporti con l’Oriente e la Grecia : infatti in queste tombe furono trovati oggetti come grani di collana in pasta di vetro, scarabei, la parte superiore di una statuetta egiziana di maiolica verde, ed infine tre skyphoi à chevrons. Questi oggetti dimostrano l’esistenza di rapporti tra abitanti indigeni ed i popoli dell’Oriente mediterraneo prima della deduzione della colonia greca.
Il territorio di Cuma si estende anche nella zona pianeggiante ai piedi della scoscesa rupe, ma sull’acropoli si trovano oggi le più antiche testimonianze della città greca, spesso occultate dalle numerose trasformazioni ; sono tuttavia evidenti le opere di fortificazione che i coloni greci costruirono intorno alla rupe per rinsaldarla e renderla inespugnabile. La costruzione del tempio di Apollo sull’acropoli, è secondo il racconto di Virgilio, attribuita addirittura a Dedalo che, fuggito dal regno di Minosse, aveva voluto effigiare sulle porte di bronzo la sua meravigliosa fuga attraverso le vie del cielo, la tragica morte del figlio Icaro ed episodi di vita cretese.
Due sono i templi dell’acropoli cumana : uno sulla terrazza inferiore aperta verso oriente e l’altro sulla sommità della collina. Il primo dei due edifici è consacrato certamente ad Apollo ( il dio protettore di Cuma ed ispiratore della Sibilla ), l’altro attribuito a Zeus, ma forse dedicato a Demetra o ai Dioscuri ; in entrambi sono riconoscibili diverse fasi di costruzione ; la primitiva greca, quella italica, la trasformazione romana ed infine l’adattamento a basilica cristiana. Il tempio di Zeus, in particolare, è prezioso elemento per studiare l’evoluzione di un tempio pagano in basilica cristiana e presenta Qnotevoli resti della trasformazione, quali esempi di deposizioni, la vasca del battistero, tracce dell’altare, e la sepoltura di s. Massimo primo martire della chiesa cumana.
Uno dei più suggestivi monumenti dell’acropoli cumana , o, come dice 1il Maiuri, uno dei più singolari ed evocatori che si abbiano non solo in Italia, ma in tutto il territorio della civiltà mediterranea, è certamente quello che fu portato alla luce nel 1932 e identificato con l’antro della Sibilla. Prima di allora, generalmente, si indicava come l’antro della Sibilla la crypta romana ai piedi dell’acropoli o addirittura il passaggio fatto scavare da Agrippa tra il lago Lucrino e l’Averno, ma gli scavi del 1932 portarono alla scoperta, a poca distanza dalla porta dell’acropoli di una lunga galleria di perfetto taglio trapezoidale terminante in una stanza quadrangolare, la parte più segreta dello speco : l’adyton da cui la sacerdotessa emetteva i suoi responsi.
Dalla testimonianza di un anonimo scrittore del IV secolo d.C. si è voluto riconoscere in questo speco il luogo consacrato al culto di Apollo ; esso, portato interamente alla luce, è risultato di una mirabile perfezione nel taglio delle pareti e, nonostante lo scavo di alcune cisterne romane ed alcune deposizioni cristiane, miracolosamente integro. È stato instaurato un confronto tra questo corridoio della sezione trapezoidale ed i dromoi ( corridoi ) dell’architettura micenea e delle tombe etrusche. Ad ogni modo quest’opera straordinariamente intatta, è da considerarsi il frutto di una tecnica perfetta, una tecnica di taglio del tufo che aveva in Cuma già antica tradizione ; si favoleggiava che i primitivi abitanti di Cuma , i Cimmerii, abitassero in grotte scavate nella roccia. Anzi qualche studioso opina trattarsi di opera militare di epoca submicenea, qualche altro, pur propendendo per il carattere militare dell’opera ne abbassa la data al IV sec. a.C.
In epoca imprecisata sarebbe stata dedicata al culto di Apollo e sarebbe stata scavata la stanza terminale ( oikos endòtatos ). Il taglio trapezoidale del tufo ha una lunga tradizione flegrea : si ricordi la recente scoperta del Rione Terra a Pozzuoli, la crypta neapolitana e, in età moderna, le decine di grotte a sezione trapezoidale a filo sul mare di Posillipo ed in altri luoghi flegrei. E che la tradizione del taglio della roccia continuasse eccellentemente anche in epoca romana, lo dimostrano i lavori fatti intraprendere da Agrippa per tagliare il Monte Grillo e mettere in comunicazione il lago d’Averno con Cuma. Architetto di quest’opera ( che si chiama grotta della Pace e che da un quarantennio non è percorribile ) fu Cocceio, che durante l’età augustea lavorò moltissimo in questa zona e che fu, tra l’altro, autore del taglio tra il lago d’Averno e il lago Lucrino, architetto del tempio di Augusto sull’acropoli di Pozzuoli e probabilmente anche architetto del rifacimento del tempio di Zeus sull’acropoli di Cuma.

Prof. Raffaele Adinolfi


 
 

La Bacheca con articoli culturali e turistici dei Campi Flegrei.Itinerario Archeologico di Stampe dell'700 ed 800 riguardante i Campi Flegrei.Il Mito dei Campi Flegrei racchiuso in immagini fotografiche e informazioni di come visitarlo.

Img01-R.jpg - 57986,0 KImg05.jpg - 28454,0 K