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Soldati di Crasso in Cina e mercanti campani in Mongolia, India e Ceylon
Raffaele Adinolfi
Nel
1977 veniva pubblicata la ricerca di Raffaele Adinolfi, I rapporti tra lImpero
Romano e la Cina antica, Massimo, Napoli 1977, 1-130 + 2 ill.
Da anni lAutore sentiva
il bisogno di estendere il campo di studi tanto egregiamente esplorato da Mortimer
Wheeler, La civiltà romana oltre i suoi confini (trad. It.), Einaudi, Torino 1963 e da J.
Innes Miller, Roma e la via della spezie (dal 29 a.C. al 641 d.C.) (trad. It.),
Einaudi,
Torino, 1974, al fine di approfondire le Esercitazione di Storia delle esplorazioni e del
commercio Romano, presso lUniversità degli Studi di Salerno (Italia).
Due occasioni successive
spinsero lo scrivente ad interessarsi di Cina e Roma antica: nel Notiziario del Circolo di
Roma dellAssociazione Italia-Cina (febbraio 1983) pubblicò il breve articolo
"Limpero di Roma e la Cina antica" (1-3) mentre nel numero di febbraio
1985 pubblicò una notizia su "La traduzione cinese del de re rustica di
M. Terenzio Varrone" (5-6). Ma il testo che aveva aperto, con nuova problematica, la
strada agli studi sino-romani era stato quello di Homer H. Dubs, A Roman City in
ancient China, London, 1957.
La cortesia e
linteresse del Prof. Ulrich Manthe, allora dellUniversità di Freiburg im
Breisgau ed in seguito ed attualmente di Passau (Germania), lo indussero a fare al mio
lavoro "I rapporti fra lImpero romano..." una recensione molto articolata
e dotta che giovò a me per chiarire più di un problema ed alle fortune del libro che
andò presto esaurito presso studiosi ed Università (U. Manthe: Adinolfi, I rapporti tra
lImpero Romano e la Cina antica, in GNOMON 13, 1981, 291-293).
Pur avendo seguito con
interesse la stampa specializzata e la storia dei rapporti tra Grecia/Roma e Medio ed
Estremo Oriente, non avevo più pubblicato alcuno studio sullargomento per cui I
rapporti... e i due brevi articoli sul Notiziario del Circolo di Roma... restarono la mia
sola attività sugli scambi culturali tra Roma e la Cina antica.
Devo ancora una volta alla
sollecitudine ed alla cortesia del prof. Ulrich Manthe una lettera del 24/11/1998
dallUniversità di Passau che mi scriveva:
Egregio collega,
più che venti anni fa, Lei
ha scritto il libro sui rapporti tra i Romani ed i Cinesi antichi, del quale ho fatto una
piccola recensione in GNOMON, come Lei può ricordare. Molto interessante era la
questione: chi erano i Romani della teoria del Dubs a Lijian? Ieri ho trovato una novità
molto interessante (potrebbe Lei già sapere questa novità e conoscere che ci sono scavi
a Lijian) e sembra che si sono trovate vestigia dei Romani nella suddetta città.
Purtroppo tengo solo un articolo molto popolare della Beijing Rundschau (Rivista di
Pechino, 46/1998 17/11/98 23-24, Romische Nachkommen in Gansu gefunden - Von unserer
Mitarbeiterin CUI BIAN).
Con i miei più distinti
saluti. Suo Ulrich Manthe.
Benché larticolo, come
riconosce lo stesso prof. Manthe, sia di un giornale cinese in lingua tedesca a fruizione
popolare, reputo che sia il caso di rivolgergli unattenzione particolare, visto che
in questi venti e più anni dalle mie ricerche mi è capitato più volte di essere spinto
a riprenderle per aver avuto notizie frammentarie di ritrovamenti archeologici, o per aver
visitato Mostre molto stimolatni in Italia, ad Hong Kong, o in altri paesi dEuropa e
per aver letto libri di grande peso scientifico come lopera del Needham (1).
Dunque larticolo in
questione Romische Nachkommen in Gansu gefunden si presenta come una chiara e semplice
panoramica del problema, a firma di Cui Bian in Beijing Rundschau 46/1998 23-24.
Ritengo utile, data la sua
brevità, di riportarlo tutto in traduzione italiana in appendice (2).
Come si può facilmente
osservare larticolo si presenta piuttosto eterogeneo e con elementi vari e
raccogliticci, ma tuttavia tali da poter riprendere un argomento che un tempo si
presentava nebuloso e che ora , col progresso degli studi di antichità, ha visto
allargare gli orizzonti della presenza romana in Cina, in Mongolia, in India, in Ceylon.
Vero è che lepisodio dei Romani a Lijian è un fenomeno del tutto singolare ed
ormai, sulla scorta delle fonti letterarie cinesi, un dato storicamente acquisito (3).
Linizio della storia è
da ricercarsi negli avvenimenti romani nel periodo delle guerre galliche (58 - 51 a.C.) in
cui i triumviri C. G. Cesare, Gn. Pompeo Magno e M. Licinio Crasso erano impegnati su tre
fronti particolarmente impegnativi: Cesare nelle Gallie, Pompeo in Spagna per procura e
Crasso, desideroso di acquistare una fama analoga a quella dei suoi colleghi, alla fine
del 55 a.C. partìper la Siria (solennemente maledetto dal tribuno della plebe Capitone)
con la speranza di una splendida vittoria sui Parti.
Dopo alcuni successi ed
ulteriori preparativi nel 54, nel 53 attraversò lEufrate, malgrado venisse
abbandonato dagli Armeni, ma venne sconfitto dal Surena presso Carrae e successivamente
decapitato come prigioniero di guerra (4).
Tra i 45.000 soldati
impegnati nella guerra partica cera un corpo di cavalleria gallica al comando del
figlio maggiore di Crasso, Marco Licinio, comandante della I Legione Romana che continuò
disperatamente a combattere finché, rotte le righe, non si disperse mentre il comandante
si tolse la vita. Carrae era una città della Mesopotamia settentrionale che ancora esiste
col nome di Harrar (lat. Carrhae, gr. Karrhai). Marco Licinio Crasso, detto Dives, ricco,
aveva accumulato unenorme fortuna durante le proscrizioni sillane ed aveva
arricchito il suo patrimonio con una serie di operazioni non sempre lecite. Possedeva uno
straordinario patrimonio mobiliare a Roma ed in Campania.
Ebbene, nel 55 a.C., Crasso
con sette legioni, 4.000 cavalieri e 4.000 arcieri e frombolieri, partì per la Siria con
la speranza di una clamorosa vittoria contro i Parti, da sempre nemici invincibili (5). È
molto probabile che tra i legionari di Crasso vi fossero dei soldati o ufficiali campani,
di Puteoli, Cumae, Bauli etc, nonché parte della flotta di Misenum per dare appoggio
logistico e trasportare uomini, armi, cavalli e viveri.
Il disastro di Carrae e di
Simaca fu veramente grave ed inaudito: di oltre 40.000 legionari romani che avevano
passato lEufrate, non ne tornò che la quarta parte; la metà era morta, circa
10.000 prigionieri, secondo il costume partico, furono trasportati dai vincitori
allestremo Oriente del loro regno, nelloasi di Meru come schiavi sottoposti al
servizio militare. Dei cavalieri gallici di Publio Crasso non se ne salvò nessuno, tranne
i 500 fatti prigionieri dalla cavalleria partica (6).
Nel 20 a.C. lImpero
Romano concluse un trattato di pace con i Parti richiedendo la restituzione dei soldati
prigionieri dal 53 a.C. Ma i soldati sopravvissuti non furono mai trovati in Partia. Dove
erano mai finiti?
Questo interrogativo,
destinato per secoli a restare senza risposta, ha trovato una casuale risoluzione
nellopera storica di Ban Gu che, dopo aver approfondito la storia della Dinastia Han
Orientale (25 - 220 d.C.), scrisse la storia della Dinastia Han Occidentale (206 a.C. - 9
d.C. secondo la cronologia degli studi più recenti) che comprendeva la biografia di Chen
Tang, uno dei due generali, con Gan Yanshou, che comandavano le truppe stazionate nelle
regioni occidentali nel 36 a.C. (regioni ad ovest del passo Yumen, inclusi Xinjiang e
parte dellAsia centrale). Lesercito cinese con un forte numero di soldati fece
una spedizione contro Zhizhi (oggi Duanbe nel Kazakistan).
Lattenzione dello
storico è attratta dallesercito nemico: un forte esercito in una città circondata
da enormi blocchi di legno. I soldati si disposero in formazione con i loro scudi
circolari che sembravano scaglie di pesce. Gli storici moderni trassero la conclusione che
questa insolita armata era costituita dai resti delle truppe romane sconfitte, in
particolare H. Homer Dubs nella sua opera fondamentale "A Roman city in ancient
China" (7).
La battaglia di Zhizhi, nel
36 a.C., combattuta dai Cinesi contro un nemico insolito che combatteva in maniera per
essi inusuale (vallum in pali di legno e parmae - scudi rotondi - disposti a squame di
pesce) fu vinta dallesercito Han che assalì la città e catturò oltre 1.500
soldati che furono deportati in Cina (precisamente nel distretto di Fanmu, oggi
Yongchang). La località in cui furono deportati i prigionieri ebbe, dallimperatore
Yuandi, il nome di Lijian (8) che era il nome con cui venivano indicate le terre
occidentali, compreso lImpero Romano.
Nel 592 d.C. Lijian fu
incorporata, per ordine dellimperatore Wandi della dinastia Sui, nel distretto di
Fanmu; per 612 anni Lijian era stata indipendente.
Cui Ban fa rilevare che gli
storici hanno rinvenuto molte informazioni sullesistenza e levoluzione di
Lijian anche in altre fonti (9).
La novità dellarticolo
di Cui Bian è tutta nellultima parte: Tracce romane ancora riconoscibili (10).
Nel maggio del 1993 alcuni
archeologi effettuarono dei saggi di scavo ed una ricognizione nel villaggio di
Zhelaizhai. Gli abitanti del luogo chiamavano "rovine di Lijian" un muro di
cinta molto antico (la. non dice di quanti secoli). Esso era lungo oltre 10 metri,
alto 1-2 metri e largo nel punto più massiccio circa 3 m. Questo muro era a forma di S ed
era stato costruito in argilla cruda compressa. Agli inizi degli anni 70, come
ricordavano alcuni contadini che abitavano in piccole case nelle sue vicinanze, il muro
era lungo circa 100 metri, alto tre ordini e molto largo nella parte superiore. In questi
venti e più anni, la gente si era servita dellargilla del muro come una cava per
cui esso nel 93 era fortemente ridimensionato.
Nel frattempo, nel corso
degli scavi erano state rinvenute alcune dozzine di reperti archeologici: vasellame
metallico, calderoni di ferro e brocche di porcellana (o argilla). Durante lo scavo dei
pozzi o delle fondazioni delle loro case, alcuni contadini avevano trovato fondi e parti
di vasellame con disegni a cordicelle. La datazione di questi reperti era della dinastia
Han orientale (25 - 220 d.C.).
Un contadino del villaggio di
Xinghua, non lontano dal muro di cui abbiamo parlato, aveva rinvenuto durante lo scavo di
un pozzo un grosso legno tondo lungo 3 m., provvisto di più aste di legno; la novità
della scoperta fu tale che il reperto fu collocato nel Centro Culturale del distretto e
gli archeologi che lo avevano esaminato, espressero lopinione che era uno strumento
che i soldati romani avevano usato per costruire il muro di cinta formato da giganteschi
blocchi lignei. Noi, a distanza, possiamo azzardare che si fosse trattato di un argano o
di parte di una macchina bellica.
Gli archeologi condussero
ricerche anche nei villaggi viciniori e scoprirono che molte persone mostravano tratti
somatici mediterranei quali naso adunco, orbite profonde, capelli biondi e ricci e statura
alta ed imponente. Ad es. il 45enne Song Guorong è alto m. 1,82 e presenta naso aquilino,
occhi grandi e profondi, come pure capelli biondi e ricci fino alle spalle. Afferma che
almeno cento persone nel distretto hanno i suoi tratti somatici, che alcuni bambini hanno
pelle bianca e somigliano a bambini europei. Un suo parente è più alto di lui ed ha gli
occhi azzurri. Song Guorong è convinto di essere una dei discendenti dei soldati romani
di Crasso, ma addirittura gli si potrebbe suggerire una discendenza da uno dei 500
cavalieri gallici della I Legione di M. Crasso jr., scampata miracolosamente al massacro.
Quanto detto finora, dalla relazione di Cui Ban, mostra che i Cinesi non hanno alcun
dubbio né sui reperti né sui discendenti del gruppo di soldati romani.
Daltro canto non sono
rari in tutto il mondo insediamenti allogeni o alloglotti risalenti anche ad epoca storica
molto antica. Ad esempio, nella regione del Nuristan in Afghanistan, qualche decennio fa,
fu scoperto un nucleo di popolazione di carnagione chiara, occhi azzurri e capelli biondi
che furono riconosciuti come discendenti di un gruppo di soldati di Alessandro Magno,
sbandati o fatti prigionieri dopo la sua morte (323 a.C.).
Larticolo di Cui Bian
termina con uninteressante notazione sulla religione e sui costumi dei discendenti
di Lijian: il "sacrificio" simbolico di buoi. In talune occasioni si cuociono
dei pani con farina lievitata a forma di testa di bue (detta da loro "naso di
bue" e che viene impiegata come offerta sacrificale. Inoltre nel suddetto villaggio
di Zhelaizhai sorgono templi dedicati ai buoi che espongono ognuno un bucranio.
Prima che inizi la primavera
(4 o 5 febbraio secondo il calendario lunare cinese), gli abitanti del villaggio con del
fango prelevato dai fiumi modellano il "bue della primavera" nel tempio
principale del bue. Questa immagine viene prelevata il giorno di inizio della primavera e
fatta a pezzi per ingraziarsi fortuna, felicità ed un ricco raccolto nellanno
corrente.
La tauromachia è molto
apprezzata dagli abitanti locali che, per rendere i tori più combattivi e feroci, li
portano presso un macello ad odorare il sangue dei loro consimili. Gli studiosi cinesi, se
tali riti sono correttamente interpretati, ritengono che risalgano alle lotte dei tori
presso i Romani. In attesa di avere notizie più dettagliate si può opinare trattarsi di
una eredità del culto mitraico (11), introdotto intorno alla metà del I sec. a.C.
dallAsia Minore sud orientale, sotto Pompeo, dai pirati di Cilicia che praticavano teletái
apórrhetai cioè "segrete iniziazioni".
Nel mitraismo il rito della
tauroctonia avveniva in questo modo (12): Mitra, accompagnato da due portatori di torcia
in piedi, Caute e Cautopate, sta in ginocchio sul torso del toro e gli immerge,
distogliendo lo sguardo, il coltello fra le spalle; un cane ed un serpente leccano il
sangue vivificatore; spighe di grano germogliano dalla coda dellanimale morente ed
uno scorpione, simbolo del male, cerca di attaccarne gli organi vitali.
Quanto alla possibile
introduzione e mantenimento della tradizione della tauromachia in Cina, ben poco si può
dire: anfiteatri e ludi circensi ebbero una forte esplosione dal I secolo d.C. in poi,
mentre alletà di Cesare, di Pompeo e di Crasso erano ancora modestamente
rappresentati, talvolta in edifici in legno.
Se proprio si vuole azzardare
unipotesi, si può pensare ad unarena lignea costruita dai cavalieri gallici
perché la tauromachia incruenta è ancora diffusa nella Francia meridionale (Nimes,
Orange, etc.).
A questo punto resta solo da
sperare in una pubblicazione scientifica e critica di tutti i dati attinenti Lijian da
parte di storici ed archeologi cinesi per poter avere un quadro completo e fededegno di
questo interessante rapporto intercorso tra Roma e la Cina nella seconda metà del I sec.
a.C. (13).
Daltro canto, se una
città romana in Cina fa stupire per il suo grado di improbabilità, altre e difficili
mete furono raggiunte dai Romani e dai loro sudditi nel corso di svariati secoli, non di
rado imitati dagli abitanti di luoghi lontani dellOriente, come è il caso del
puteolano P. Annio Plocamo che sbarcò, sia pure accidentalmente, nellisola di
Ceylon (allora Taprobane) mentre, taluni anni dopo, il principe Rachia si recò a Roma con
quattro ambasciatori in una visita di amicizia (14).
Il racconto di Plinio merita di essere riportato: Nobis
diligentior notitia Claudi principatu contigit legatis etiam ex ea insula (Taprobane,
i.e. Ceylon) advectis. Id accidit hoc modo. Anni Plocami, qui maris Rubri vectigal a
fisco redemerat, libertus circa Arabiam navigans aquilonibus raptus praeter Carmaniam XV
die Hippuros portum eius invectus, hospitali regis clementia sex mensum tempore imbutus
adloquio percuntanti postea narravit Romanos et Caesarem - [§ 85].
Mirum in modum in auditis
iustitiam ille suspexit, quod pari pondere denarii essent in captiva pecunia, cum diversae
imagines indicarent a planibus factos, et hoc maxime sollicitatus ad amicitiam legatos
quattuor misit principe eorum Rachia (15).
Quindi il primo rapporto tra
Roma e Ceylon fu del tutto casuale e dovuto ai monsoni, mentre unambasceria, sotto
il comando di Rachia, fu volutamente inviata verso la fine del regno di Claudio ( ± tra
50/56) per scopi commerciali e politici.
Non si sa
dellevoluzione di questo rapporto; è da pensare che sia riuscito, sia pure in un
tono minore, ad instaurare un interscambio di merci di produzione romana e singalese.
Daltro canto, già
molti anni prima Anneo Floro (16) nel concludere il racconto dellinstaurazione della
Pax Augusta dopo la battaglia di Azio (31 a.C.) menziona le ambascerie giunte a Roma da
tutto il mondo per sancire questa pace universale... "Anche i Seri e gli Indiani
che abitano allequatore, recando tra gli altri doni elefanti carichi di gemme e di
perle, nullaltro lamentavano se non lenormità delle distanze - avevano
infatti impiegato quattro anni - e la diversità del colore della pelle dichiaravano che
questi uomini venivano da un altro cielo..." (17).
Dunque mercanti puteolani
della nota gens Annia, alletà di Claudio aprirono una nuova via commerciale fra
lIndia meridionale e Ceylon dove del resto sono state rinvenute monete di età
neroniana e successiva (18).
Roma ed i suoi mercanti, di
norma puteolani ed alessandrini, oltre che orientali in genere, trovarono il modo di far
giungere i loro prodotti e di acquistarne di rari e pregiati nei paesi più lontani. In
Mongolia furono rinvenuti dei tessuti greci dellepoca di Augusto; indubbiamente più
che ad un commercio organizzato si può pensare a qualche scambio casuale. Tuttavia il
clima secco e ventoso della Mongolia ha permesso la conservazione di un materiale così
deperibile come il tessuto e fortunata è stata la coincidenza del ritrovamento;
daltro canto la spedizione del colonnello Kozlov in Mongolia recuperò appunto
oggetti e tessuti romani del I sec. d.C. di notevole interesse (19).

Una mostra è stata
organizzata nel 1996 a cura della Banca di Credito Popolare di Torre del Greco (NA)
intitolata "Le vie del corallo" . Il corallo nella gioielleria etnica
della Mongolia, mostrando tutto lo splendore di una tradizione di scambi tra il golfo di
Napoli ed il Medio e lEstremo Oriente, ci fa intravedere la possibilità (che è
certezza per lIndia) che fin dal I/II secolo d.C. cominciava a giungere in Mongolia
e nel Tibet il corallo, una delle "gemme" più preziose, la cui migliore
qualità si pescava appunto a Torre del Greco nel Golfo di Napoli. Lo splendore dei
gioielli rappresentati nel catalogo della suddetta Mostra (20) ci dimostra
unaltissima qualità di lavorazione delle pietre preziose in cui indispensabile è
il corallo campano (20).
Oltre che in Mongolia,
reperti romani sono stati rinvenuti in Corea, nella Malacca, in Thailandia, ad Oc Eo
nellex Cocincina (ora Vietnam) ed a Kattígara emporio dei Sinai, nel delta del
Mekong (21).
Una ulteriore Mostra,
organizzata ancora una volta dalla Banca di Credito Popolare di Torre del Greco nel
gennaio 1999, ha messo in luce i traffici tra Campani ed India dalletà romana
allottocento (22). In età romana fu la costa occidentale dellIndia a essere
la sede degli scambi con Roma, come attesta il Periplus Maris Erythraei, un
trattato geografico-commerciale del I sec. d.C. Le città portuali dove affluivano anche i
prodotti dellinterno erano Barbaricum, Barygaze, Muziris e Nelcynda.
Il prodotto principale
esportato dallinterno era il pepe nero ed altre spezie impiegate come condimenti dei
cibi, eupeptici e disinfettanti. Dalle coste arrivavano le perle, pregiatissime ed
apprezzate dalle donne romane. Svetonio narra che Cesare spendeva 60.000 sesterzi per una
sola perla donata alla sua amante Servilia, madre di Marco Bruto. Questi prodotti erano
pagati in monete doro (trovate in grande quantità in India) ma anche barattate con
prodotti romani: "importano qui una gran quantità di monete... corallo, vetro
grezzo, rame, allume, piombo, vino, in quantità tanto quanto va a Barygaza...".
Cosìil Periplus, mentre Plinio il Vecchio aggiunge: "Gli Indiani apprezzano il
corallo quanto i Romani le perle indiane, il cui costo varia con limportanza che
ogni popolo gli attribuisce".
Di estrema importanza non
solo per il valore intrinseco ma per datare gli scambi commerciali tra Campania e India è
la statuetta della dea Laksmi in avorio trovata in Pompei, in via dellAbbondanza, in
casa di un mercante. La statuetta, di conturbante sensualità, non è di certo un prodotto
da mercato, ma un dono ospitale, forse donata con lo stesso spirito degli oggetti di
bronzo del I sec. d.C. di produzione di Capua o Pozzuoli e trovati nello stato del
Maharashtra, India Centrale.
Fin dai tempi più antichi il
corallo fu considerato indispensabile per i monili, maschili e femminili. Non solo la sua
durezza e la sua durata, ma anche il colore rosso vivo, simile al sangue donatore di vita,
ne fecero un elemento indispensabile per i gioielli.
Un testo molto antico, il Sutta
Pitaka (Sette Canestri) redatto tra il VI ed il IV sec. a.C., scritto in lingua
pali, riporta nel primo e nel quarto libro (Digha e Anguttara Nikaya) informazioni
molto utili per comprendere la società e la vita economica di quel tempo: vi si trovano
note sulleconomia e i commerci, le merci richieste dalla società e quelle
importate; tra queste è, ancora una volta, il corallo: "La gente amava ornarsi e
gli ornamenti venivano prodotti con materiali quali loro, largento, il rame e
vari tipi di materiali preziosi: perle, corallo". "A parte loro,
largento e le pietre preziose erano usati anche... corallo per la realizzazione di
gioielli" (23).
Anche nellopera
sanscrita del III sec. d.C. Mriccha Katika (piccolo carro di terracotta) è citata
una via di orefici in cui "si tagliano coralli" ed ancora nel VII sec.
d.C. il principe Harsha aveva "pezzi di corallo ricurvi legati ad un filo attorno
al collo" ovviamente con proprietà taumaturgiche ed apotropaiche.
E così via fino
allepoca Moghul, nel 700 e nell800 quando alcuni corallari di Torre del
Greco si trasferirono a Calcutta per esercitarvi limport e lexport di corallo
e pietre preziose.
Una tradizione bimillenaria,
per taluni aspetti ancora florida e vivente, che grazie a studi recenti è stata portata
alla luce.
Si sono così ampliati gli
orizzonti di scambi culturali e commerciali verso lAsia centrale e meridionale che
appena ventanni or sono ci erano apparsi più ristretti e più problematici. Dalle
fonti e dagli scavi, speriamo possano venire ancora più ricche e significative
testimonianze (24).
NOTE
- Joseph Needham, Scienza e civiltà in
Cina (trad. It.), Einaudi Torino 1981 e sgg., 1 - 7.
- Ringrazio A. Renzi e V.
Stornaiuolo per la non facile traduzione.
- Lepisodio della guerra partica di
M. Licinio Crasso è ben noto dalle fonti classiche; il potente triumviro, console nel 53
a.C., fu gravemente sconfitto a Charrae e decapitato come prigioniero dal re dei Parti
(attuale Iran).
- Plutarco, Crasso, 19 sgg; Plinio,
Naturalis Historia V, 85 sgg.
- Suggestiva la descrizione della guerra
partica di Th. Mommsen, Storia di Roma antica (trad. It.), II, Firenze 1960, 951 - 965.
- Th. Mommsen, ib. 959, 961.
- H. Homer Dubs, A Roman city in ancient
China, London 1957 (trad. it. inedita di R. Adinolfi e R. Esposito). Lopera risulta
fondamentale per genialità e chiarezza, talvolta però indulge troppo verso la sua tesi.
- La denominazione di Lijian deriva con
estrema probabilità da <A>lexan<dreia> ossia da una delle innumerevoli città
fondate in onore di Alessandro Magno che, primo, marciò vittorioso verso il Medio
Oriente. Dalla metropoli Alessandria dEgitto, fino ad Alessandria Eschate, ossia
lultima, cerano decine di città di diversa grandezza ed importanza con il
nome del condottiero. È verosimile che i Cinesi chiamassero col nome generico e noto di
Lijian una città di prigionieri romani di cui conoscevano poco o nulla, se non la
generica provenienza.
- Cui Bian, art. cit., 24; H. Dubs, op.
cit., passim; bibliografia in R. Adinolfi, op. cit., 121 - 124.
Cui Bian, art. Cit.,
Römische Spuren noch erkennbar, 24.
Ipotesi di R. DIsanto, cfr.
Anche Plutarco, Vita Pompeii, 24.
Diz. Antichità
Classiche di Oxford (trad. It.), Roma 1981, v. II s. v. Mitra, 1395 - 96.
Per ulteriori
approfondimenti sulla città di Lijian v. R. Adinolfi, I rapporti cit. , 75 - 91 et
passim.
G. Camodeca, La gens Annia Puteolana
in età Giulio-Claudia: potere politico e interessi commerciali, in PUTEOLI, Studi di
Storia antica III, 1979, 17 - 34 - Plinio, N.H. VI, 22 (24), 84 - 85.
A noi fu recata una
notizia molto accurata di un fatto accaduto sotto il regno dellimperatore Claudio
(41 - 56 a.C.) da legati giunti da quellisola (Taprobane, cioè Ceylon). La faccenda
andò in questo modo. Un liberto di Annio Plocano (di Puteoli)che aveva ottenuto dal fisco
lincarico di esattore delle entrate doganali del Mar Rosso, navigando intorno
allArabia, travolto dagli Aquiloni oltre la Carmania, dopo 15 giorni, giunto al
porto di Ippuro, ospitato per sei mesi (il periodo di un ciclo di monsoni) dalla
ospitale generosità del re, narrò poi, in seguito alle pressanti richieste, dei Romani e
di Cesare (§ 85). Quello si rese conto della giustizia straordinaria nelle relazioni
perché anche nella circolazione monetaria dei popoli soggetti i denari avevano lo stesso
peso mentre diverse raffigurazioni indicavano che erano fatti da più popoli e per questo,
spinto particolarmente allamicizia, inviò quattro legati, sotto il comando del loro
principe Rachia.
Anneo Floro II 34 (62). R.
Adinolfi, I rapporti cit. 43, 50.
Gli Indiani già esportavano
perle, gemme, avori, e spezie; i Seres, più che gli ambasciatori dell imperatore
Chendi (33 - 7 a.C.) erano certamente mercanti nomadi, popolazioni dellAsia centrale
che già commerciavano con i Romani.
G. Camodeca, art. cit., n. 45
R. Adinolfi, I
rapporti cit., 70 - 71.
C. Del Mare, Le vie del
Corallo, Electa Napoli 1996, 1 - 32 + 21 ill.
v. (19).
Le vie del corallo -
II itinerario - Il Corallo nel gioiello etnico indiano, Electa Napoli 1998, 1 - 32 (a cura
di Cristina del Mare).
Ib. 16
- Il mio vivo ringraziamento va al
prof. U. Manthe, al prof. F. Cardo ed alla sua consorte Song Xiaoling, agli studenti V.
Stornaiuolo e A. Renzi, ed alla Banca di Credito Popolare di Torre del Greco per le
eccellenti Mostre e Pubblicazioni.
APPENDICE
RITROVATI DISCENDENTI DEI ROMANI NEL GANSU
Alcuni archeologi cinesi e stranieri
hanno dimostrato che Lijian, città della dinastia occidentale Han (206 a.C. - 23) era
situata nellattuale Zhelaizhai, a 10 km a sud del capoluogo del distretto di Hong
Chang, provincia di Gansu. Secondo gli archeologi, nellantica Cina limpero
romano si chiamava "Lijian" e la città Lijian fu costruita per accogliere un
gruppo di prigionieri di guerra romani.
Ci si pone la domanda di come questi
prigionieri romani siano arrivati in Cina, in quanto non vi era stata mai guerra con
limpero romano, data la grande distanza.
Un enigma di 2000 anni
Questo enigma è rimasto irrisolto
per quasi 2000 anni. Esso nacque da una guerra tra limpero romano e i Parti (attuale
Iran). Nel 53 a.C., primo anno dellimperatore Ganlu della dinastia occidentale Han,
il console Marco Licinio Crasso radunò sette legioni di circa 45.000 soldati e scatenò
una guerra contro la Parthia. Inaspettatamente, larrogante armata romana fu
sconfitta in Parthia, Crasso venne fatto prigioniero e decapitato. Oltre 6.000 soldati
continuarono a combattere, sia pure con scarsa convinzione, sotto la guida del figlio
maggiore, comandante della prima legione romana e ruppero le linee.
Nel 20 a.C. limpero romano
concluse un accordo di pace con i Parti e richiese la restituzione dei soldati
prigionieri. Ma i soldati sopravvissuti non furono mai trovati in Parthia. Dove erano mai
finiti? Questo tentativo ha fatto impazzire non solo gli storici romani, ma anche altri di
tutto il mondo.
Colonia cinese
Già negli anni quaranta di questo
secolo, gli studiosi stranieri si sono occupati di questo quesito. Fu scritto un articolo
in cui si accennava che la Cina era il paese che assegnava alla maggior parte degli
insediamenti il nome del paese di origine degli immigranti. Naturalmente anche
lesistenza di Lijian era legata allorigine dei suoi immigranti.
Successivamente e per la prima volta, Lijian venne menzionata su una carta topografica
della dinastia occidentale Han nel 20 a.C., anno in cui limpero romano chiese ai
Parti di rimpatriare i propri prigionieri di guerra. Questa non fu assolutamente una
coincidenza storica. Ciò dimostra che i soldati romani che avevano attraversato le linee
erano arrivati in Cina e si erano insediati ai piedi del Monte Qilian.
Negli ultimi anni, gli studiosi
stranieri e cinesi hanno consultato un grosso numero di libri storici, grazie
allaiuto dei responsabili del settore nella provincia di Gansu. Essi hanno
effettuato un confronto fra le fonti occidentali e quelle cinesi ed hanno finalmente
trovato un punto saldo per la soluzione del quesito in una biografia su Chen Tang nella
"Storia della dinastia occidentale Han" scritta da Ban Gu, storico della
dinastia orientale Han (25 - 220).
Secondo le indicazioni della
"Storia della dinastia occidentale Han", Gan Yanshou e Chen Fang, due generali
delle truppe della dinastia occidentale Han stanziate nelle regioni occidentali
(definizione delle regioni Yumen, inclusi Xinjiang e parte dellAsia centrale) nel 36
a.C., con oltre 40.000 soldati, guidarono una spedizione contro Zhizhi (oggi Duanbe
in Kazakistan). Lì scoprirono un forte esercito in una città circondata da enormi
blocchi di legno. I soldati si disposero in formazione con i loro scudi circolari che
sembravano scaglie di pesce. Solamente le truppe romane costruivano fortezze con grassi
blocchi di legno e combattevano in formazione a scaglie. Gli storici dai loro studi
trassero la conclusione che questa insolita armata era costituita dai resti delle truppe
romane sconfitte. Lesercito Han assalì la città e conseguì la vittoria. Catturò
oltre 1.500 soldati romani e li deportò in Cina. Limperatore Yuandi ordinò di
condurli nel distretto di Fanmu (oggi Yongchang) di costruire un distretto separato col
nome di Lijian. Nel 592 d.C., quando gli abitanti di Lijian erano da tempo integrati con i
Cinesi Han, limperatore Wendi (581-618) della dinastia Sui emanò un editto con cui
incorporava Lijian nel distretto di Fanmu. Sino ad allora e per 612 anni il distretto di
Lijian era stato separato. Gli storici hanno rinvenuto molte informazioni
sullesistenza e levoluzione di Lijian anche in altre fonti.
Tracce romane ancora
riconoscibili
Nel maggio del 93 alcuni archeologi
si recarono nel villaggio di Zhelaizhai per effettuare delle ricerche ed un piccolo scavo
sul posto. Scoprirono che ciò che gli abitanti del luogo definivano "rovine di
Lijian" non erano altro che un muro di cinta molto vecchio. Esso era lungo oltre
dieci metri, alto uno-due metri e sul lato più largo, largo circa tre metri. Questo muro
a forma di "esse" era costruito con fango compresso. Nelle vicinanze delle
rovine si trovavano delle case di contadini. Gli abitanti del villaggio ricordavano che
agli inizi degli anni 70 il muro era lungo circa cento metri, alto tre piani e molto largo
nella parte superiore. In seguito la gente aveva usato la terra del muro per vari scopi
per cui esso si era ridotto sempre di più. Nel corso degli scavi vennero rinvenute alcune
dozzine di reperti, come pentolame di ferro, vasellame di ferro e di porcellana. Anche gli
abitanti del villaggio avevano trovato fondi e schegge di vasellame in porcellana con
disegni a cordoncino, durante la costruzione delle fondamenta delle case e lo scavo dei
pozzi. Tutti questi resti appartenevano alla dinastia Han. Alcuni archeologi appresero che
un contadino del villaggio Xinghua, non lontano dalle rovine, aveva ritrovato, durante lo
scavo di un pozzo, un grosso legno tondo lungo tre metri provvisto di più aste di legno.
Questo era conservato nel centro culturale del distretto. Dopo lanalisi di questo
legno, gli archeologi avevano spiegato che probabilmente si trattava di uno strumento che
i soldati romani avevano usato per costruire il muro di cinta costituito da giganteschi
blocchi lignei. Gli archeologi condussero altre ricerche anche nei villaggi viciniori. Con
grande sorpresa, essi scoprirono che molte persone mostravano tratti somatici
mediterranei, come ad esempio naso adunco, orbite profonde, capelli biondi e ricci e
statura alta e imponente. Il trentanovenne Song Guorong è uno di questi. È alto 1,82
metri ed ha un naso aquilino, occhi grandi e profondi come pure capelli biondi e ricci
fino alle spalle. Dice che nel distretto ci sono circa cento individui che gli somigliano.
Un suo parente è più alto di lui ed ha occhi azzurri. Alcuni bambini del villaggio hanno
pelle bianca e somigliano a bambini europei.
In questi distretti vi sono usi e
costumi unici. Il più interessante è il sacrificio dei buoi. Molte famiglie cuociono
volentieri pane con farina fermentata a forma di testa di bue che loro chiamano naso del
bue e che usano come offerta sacrificale. Gli abitanti del posto, nel loro villaggio, a
tutti gli incroci più importanti, hanno edificato templi dedicati ai buoi e ne hanno
esposto le teste come simboli.
Prima dellinizio della
primavera (uno dei 24 giorni di suddivisione dellanno del calendario lunare cinese,
che cade il 4 o 5 febbraio), gli abitanti del villaggio prendono la terra dai fiumi e
modellano un bue della primavera nel tempio del bue.
Nel giorno dellinizio della
primavera prendono il bue dal tempio e lo distruggono in una cerimonia di preghiera per
ingraziarsi fortuna ed un ricco raccolto nellanno corrente.
La tauromachia è uno sport molto
amato dagli abitanti locali.
Durante questa attività essi
portano le mandrie di buoi ad un macello affinché essi odorino il sangue e diventino
aggressivi per combattere luno contro laltro. Gli esperti ritengono che queto
rito risalga alla lotta dei tori in uso presso i Romani.
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